lunedì 29 marzo 2010

Le Motivazioni delle Sentenze 115 e 116 del 2010 della Corte Costituzionale

Una doppietta nei confronti dell'autonomia Siciliana.. Le recenti sentenze 115 e 116 della Corte Costituzionale mi sembrano un magistrale esempio di manipolazione del dato letterale posto dallo Statuto Siciliano. Non nascondo che il ridurre le disposizioni statutarie a norme di carattere 'organizzativo' invece di dare il giusto rilievo alla palese spinta verso l'autonomia finanziaria (a cui le norme in questione erano evidentemente dirette) mi suonano come una mortificante presa in giro..
Per ora si parla spesso di una galoppante tensione sociale e disgregazione dell'unità nazionale che potrebbero portare ad un collasso del ordinamento.. Queste sentenze appaiono come una implosione del sistema giuridico per il quale ormai vengono a mancare anche i più solidi riferimenti...
Quali le conclusioni? Intanto non vengono riconosciuti miliardi di euro alle casse regionali ma, per dare una risposta completa -correttamente-, bisogna sempre leggere le motivazioni delle sentenze. Ecco, giusto per avere un quadro completo riporto uno stralcio delle motivazioni della pronunce 115/2010 e 116/2010 della Corte Costituzionale (scusate il post gigantesco):

Sentenza 115/2010
(...) 3.2. – La ricorrente assume che le accise in questione, in quanto si applicano al momento della fornitura del prodotto energetico al consumatore finale (artt. 21 e 26 del citato d.lgs. n. 504 del 1995), vanno qualificate come «imposte sul consumo», che − non costituendo «imposte di produzione», ai sensi della sopra ricordata normativa statutaria − spettano alla Regione Siciliana, con riferimento alle forniture effettuate nel territorio regionale. E ciò ancorché dette accise non siano comprese nell’elenco delle imposte nominativamente attribuite dallo statuto (e dalle correlative norme di attuazione) alla Regione Siciliana.

Tale assunto non è fondato.

3.2.1. − Nello statuto della Regione Siciliana e nella relativa normativa di attuazione non viene utilizzato il termine «accisa», ma sono impiegati esclusivamente i termini, da un lato, «imposta di produzione», nel cui àmbito sono espressamente ricondotte alcune specifiche «imposte di fabbricazione», e, dall’altro, «imposta sul consumo».

In particolare, come si è già accennato, l’art. 36, secondo comma, dello statuto attribuisce allo Stato il gettito delle «imposte di produzione» ed il secondo comma dell’art. 2 delle correlative norme di attuazione ribadisce che «competono allo Stato» le entrate derivanti da tali imposte. L’elenco di dette entrate contenuto nella tabella A) annessa alle medesime norme di attuazione individua nominativamente, tra le «imposte di produzione», varie «imposte di fabbricazione» ed alcuni «proventi derivanti dalla vendita» di determinati beni. Lo statuto non fa mai riferimento alle «imposte sul consumo» e, pertanto, non fissa alcun principio generale di riserva alla Regione di dette imposte. Solo nelle tabelle B) e D) annesse alle norme di attuazione – riguardanti, rispettivamente, i proventi del monopolio tabacchi spettanti allo Stato e varie «Entrate tributarie ed extratributarie doganali il cui gettito è di spettanza regionale» – vengono menzionati alcuni tributi denominati «imposte sul consumo».

Da tale ricognizione normativa si desume che tutte le «imposte di produzione» spettano, come stabilito in via di principio dallo statuto, allo Stato e che, perciò, l’elenco di dette imposte contenuto nella suddetta tabella A) ha carattere meramente esemplificativo. Ne consegue, altresí, che l’espressione «imposte di produzione» è suscettibile di includere altri tributi aventi le medesime caratteristiche delle imposte elencate nella menzionata tabella A). La mancanza invece, in tale sistema di norme, di un corrispondente principio generale di riserva alla Regione delle «imposte sul consumo» comporta che ad essa spettino esclusivamente quelle rientranti nella elencazione tassativa della tabella D) annessa alle norme di attuazione, secondo gli ordinari criteri di riparto del gettito. Anche per le imposte non rientranti né nella nozione di «imposte di produzione» né nell’elenco contenuto nella tabella D) si applicano i diversi criteri di riparto del gettito tra Stato e Regione stabiliti dalle altre norme statutarie e di attuazione statutaria. (...)

Sentenza 116/2010

(...) l’art. 2 delle norme di attuazione statutaria stabilisce il principio generale secondo cui, salvo specifiche eccezioni, spettano alla Regione «tutte le entrate tributarie erariali riscosse nell’ambito del suo territorio, dirette o indirette, comunque denominate». La generalità di tale principio, basato sul luogo in cui si “maturano” le fattispecie di riscossione dei tributi, comporta che, ai fini del riparto del gettito dei tributi erariali tra Stato e Regione Siciliana, l’evocato art. 4 delle medesime norme di attuazione deve essere interpretato in coerenza sistematica con lo stesso art. 2. Ne deriva che l’espressione «fattispecie tributarie maturate nell’ambito regionale», contenuta nel citato art. 4, in quanto si riferisce espressamente ad entrate che «affluiscono […] ad uffici finanziari», va intesa nel senso di fattispecie in cui si matura, nell’àmbito territoriale regionale, l’obbligo di pagare il debito tributario, e cioè nel senso di fattispecie di riscossione del tributo dalle quali sorge, appunto, tale obbligo di pagamento e che si collegano alla realizzazione del presupposto d’imposta (in tempi diversi, anticipati, coincidenti o successivi, a seconda della disciplina dei singoli tributi). Si tratta, perciò, in armonia con il disposto del sopra citato art. 2, di fattispecie tributarie che attengono al procedimento di riscossione e che, ai fini del suddetto riparto, rilevano con riferimento solo ai tributi riscossi nel territorio siciliano e non a quelli il cui presupposto si sia realizzato nel territorio stesso.

Da quanto sopra risulta che la ratio dell’art. 4 non è quella di fissare un criterio di riparto dei tributi tra Stato e Regione basato sul luogo di realizzazione del presupposto di imposta, prevalente ed alternativo rispetto al criterio basato sul luogo di riscossione previsto dall’art. 2 delle norme di attuazione statutaria. è solo quella di tenere ferma la spettanza alla Regione di tributi “affluiti” ad uffici finanziari situati fuori dalla Sicilia, in quelle specifiche ipotesi in cui tale afflusso sia stato dirottato da uffici finanziari situati nella Regione ad uffici situati all’esterno di essa; e ciò non per il mutamento della disciplina delle modalità di pagamento del singolo tributo, bensí solo per contingenti esigenze «amministrative» (contabili o di organizzazione interna) degli uffici finanziari.

Questa interpretazione è confermata dalla considerazione che, all’epoca, l’intento del legislatore delle norme di attuazione statutaria era quello, eminentemente pratico, di fondare il riparto del gettito tributario tra Stato e Regione su un criterio generale sicuro ed efficiente, agevolmente ricavabile dalla legge – quale quello del luogo di riscossione del tributo, data la tipicità delle forme di riscossione – e non invece su un criterio imperniato sul luogo di realizzazione del presupposto d’imposta; criterio che, indubbiamente, implicava piú complesse ed incerte indagini, anche dogmatiche, circa l’individuazione in concreto di detto presupposto.

2.2.2. – Tali conclusioni sono ulteriormente avvalorate dalla considerazione che il legislatore delle norme statutarie e di attuazione dello statuto, quando ha voluto fare applicazione del criterio di riparto basato sul luogo di realizzazione del presupposto d’imposta, lo ha espressamente stabilito.
Infatti, con gli artt. 37 dello statuto e 7 delle corrispondenti norme di attuazione, esso ha utilizzato questo criterio per la specifica ipotesi in cui imprese industriali e commerciali, private e pubbliche, aventi la sede centrale fuori del territorio della Regione, possiedano in tale territorio stabilimenti ed impianti. In tal caso, le suddette disposizioni stabiliscono che è eccezionalmente riservata alla Regione la quota di imposta relativa al reddito di impresa e di lavoro dipendente riferibile a detti stabilimenti ed impianti. La specificità di tale previsione – limitata, dal punto di vista soggettivo, alle imprese industriali e commerciali ed ai dipendenti di queste e, dal punto di vista oggettivo, alle imposte sui redditi – rende evidente che il criterio del luogo di realizzazione del presupposto costituisce, appunto, solo una tassativa e circoscritta eccezione al criterio generale del luogo di riscossione delle imposte e, pertanto, in quanto di stretta interpretazione, è applicabile ai soli casi previsti dallo statuto e dalle norme di attuazione statutaria, senza possibilità di estensione analogica a casi diversi.

Da tutto ciò consegue l’erroneità della tesi della ricorrente, che, nell’affermare la generalità di tale criterio di riparto, trasforma una limitata e specifica eccezione in una regola generale, con l’effetto, da un lato, di applicarlo indebitamente a casi non contemplati dalle disposizioni che lo prevedono e, dall’altro, di rendere ingiustificatamente inoperante il diverso criterio di riparto basato sul luogo della riscossione, che, come si è visto, è invece l’unico criterio generale previsto dall’art. 2 delle norme di attuazione.
(...)

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